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Antonio Tallarita lascia Reggio e torna in Sicilia

“Il mio sogno a un anno dalla pensione. Insegnerò nella scuola dove studia!”

Da domani non potremo più “votare Antonio”, perché… farà parte di un’altra circoscrizione. Antonio Tallarita, ingegnere di Gela di 66 anni, ha deciso di fare il percorso inverso di quello che fece negli anni ’80 e di tornare nella sua Sicilia. Per chiudere un cerchio, per rendere onore alla sua terra, per…

“Perché sono l’unico di cinque fratelli che me ne andai dalla Sicilia – dice Tallarita – ma a questo punto posso dire che non sia stato in modo definitivo”.

Ci racconta questa storia che a noi reggiani lascia un po’ d’amaro in bocca?

“Per prima cosa voglio dire che la casa di Reggio non la vendo, non si sa mai, anche se l’intenzione è quella di tornare a Gela e restarci. Io l’anno prossimo andrò in pensione ed ho ancora un anno di insegnamento. Così ho pensato di chiudere all’Istituto Tecnico Majorana di Gela che mi vide studente tanti anni fa”. Però ha fatto un bel giro e non solo podistico…

“Già: mi diplomai nel 1979 a Piazza Armerina, poi salii a Torino a studiare ingegneria meccanica applicata alle automobili. La Fiat chiamava e Torino c’era pure la scuola di specializzazione”.

Così entrò in Fiat?

“Sì, il 3 maggio del 1988 e vi rimasi undici anni, entrando anche nel team del progetto dell’Alfa 156. Poi un amico mi segnalò la Lombardini di Reggio dove iniziai a fine 2000”.

Okay, questo è l’aspetto professionale, ma a correre quando ha iniziato?

“Da sempre, anche se non a livello agonistico. Correvo già le campestri ai campionati studenteschi, poi alla Lombardini facevo i turni e quindi al pomeriggio ero libero. All’inizio non era con me mia moglie Gabriella e quindi dovevo impegnare il mio tempo. Poi lei è diventata la mia prima tifosa, mi ha seguito in tantissime gare e devo solo ringraziarla”.

Facciamo un paragone con Dorando Pietri, che da Carpi veniva a Reggio a portare il pane e spesso lo faceva a piedi?

“In un certo senso, i miei genitori mi portavano in campagna, alla sera loro tornavano in auto e io tornavo di corsa per una dozzina di chilometri”.

La prima maratona?

“A Carpi, nel 2004, se ben ricordo chiusa in 3 ore e 36’; nel 2006 la 100 km del Passatore, poi è stato un crescendo. A oggi ho corso 132 gare di ultramaratone e solo questo totale fa circa 22.000 chilometri. Ho diversi record di categoria, sulla 48 ore, la 24 e di strada ne ho fatta”.

La gara più lunga?

“In linea è la Torino-Roma di 712 kmi, chiusa in 6 giorni e 4 ore; poi nel 2011 la corsa che entrò nel Guinness dei Primati, la 100 chilometri per dieci giorni consecutivi corsa alla Pista Cimurri dell’aeroporto”.

Passando anche per qualche gara “demenziale”?

“In effetti la 48 ore di Oslo in un tunnel a circuito non è gara per tutti. Mia moglie non poté assistermi, ma mi diede dei fogli da appendere sul percorso, cosa che gli organizzatori mi permisero… anche perché subito pensavano che fosse morta. C’erano scritti degli incitamenti, ma io non ce la facevo più e stavo per ritirarmi. Poi vidi un cartello su cui c’era scritto ‘Antonio sei un campione’ e a quel punto ho pensato che un campione non si ritira mai, non potevo deludere mia moglie e me stesso. E sono tornato in pista e l’ho finita”. A questi livelli quanto contano le gambe e quanto la testa? “Conta quasi solo la testa: io durante la corsa prego, resto concentrato, la fatica fisica non la sento. A volte mi vengono dubbi sulla resurrezione, ma mi accorgo che quando sto per morire… poi riesco a ripartire”.

Con qualche segreto?

“Mangiare spesso e poco, ovviamente bere e con le scarpe tagliate per evitare danni”.

Un altro aneddoto di corsa? “Tornavo a piedi da Novellara, a un certo punto arrivo sui ponti di Calatrava e mi accorgo che non c’è la pedonale. Allora corro in strada, dietro le auto mi suonavano di continuo e io acceleravo per finire presto i ponti”.

Ma è vero che aspetta il ponte sullo stretto per venire da Gela a Reggio a piedi?

“Questo sarà difficile da realizzare per i tempi tecnici: potrei correre da Gela a Messina. Poi correre su e giù sul traghetto per i chilometri dello Stretto e infine risalire verso Reggio”.

A Reggio cosa lascia?

“Tanto, tantissimo, è la città, la gente, il modello di vita che ci ha visti crescere e diventare adulti. Credo che mi abbia dato tanto e credo anche di aver ricambiato. Stessa cosa per mia moglie, impegnata nel volontariato tra Avis, Admo e le Guardie Ecologiche. Tutto questo me lo porto in Sicilia”.

Il prossimo anno insegnerà ancora e poi?

“In Sicilia vorrei organizzare ancora il giro dell’isola e poi aiutare le società podistiche locali. Adesso sono iscritto con l’Atletica Licata, ma sportivamente parlando la Podistica Biasola e il suo grande leader Giuliano Mainini me li porto nel cuore: lui è veramente un grande. Probabilmente a ottobre organizzeremo un’ultra maratona a Reggio e quindi non è un addio, perché ci vediamo presto”.

www.il,restodelcarlino.it

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