Maiella Ultratrail: quando l’Appennino decide di fare sul serio.

Domenica 6 settembre ho partecipato al Maiella Ultratrail, valido anche come Campionato Italiano IUTA di Ultratrail Corto, arrivando in Abruzzo con il doppio ruolo di capo area trail IUTA e “anche” concorrente in questa originale manifestazione fortemente voluta e organizzata dal bravo Franco Schiazza. Sulla carta sembrava una buona idea; verso il trentacinquesimo chilometro, con il caldo che aveva trasformato la montagna in una padella e un paio di salite che avevano più l’aria di vertical abusivamente infilati dentro un’ultra, ho iniziato però a rivedere il concetto di presenza istituzionale.

Sia chiaro che la Maiella comunque merita davvero. In alcuni tratti sembra di essere sulle Prealpi, poi alzi lo sguardo e il paesaggio cambia registro, diventando improvvisamente alpino, severo, quasi valdostano. Boschi, pietra, salite vere, panorami enormi e pochissima voglia di intrattenere il turista anche se farcita di capitelli religiosi e un’atmosfera antica decisamente tangibile. Una montagna senza effetti speciali, che non ha bisogno di un bollino internazionale per impressionare. Ed è proprio qui che ogni tanto bisognerebbe fermarsi a riflettere: oggi esistono gare diventate economicamente quasi inavvicinabili, con iscrizioni che sembrano rate di un mutuo, mentre eventi molto meno blasonati offrono percorsi, paesaggi e difficoltà che non hanno assolutamente nulla da invidiare. Cambia il marketing, non la montagna.

Il caldo ha reso la gara ancora più dura e negli ultimi chilometri ha iniziato a mietere vittime. Franco Schiazza ha fatto una cosa apparentemente semplice ma che distingue chi organizza davvero da chi si limita a compilare un regolamento: ha guardato quello che stava succedendo nei giorni precedenti la gara e ha deciso di aggiungere un ristoro d’emergenza. Nel mio caso quel punto acqua è stato decisivo. Ero in crisi seria, dopo una lunga discesa e i muri verticali mi ero letteralmente spento per il caldo: ho bevuto circa un litro d’acqua con del normalissimo sale da cucina e sono ripartito. Senza quel ristoro probabilmente mi sarei seduto a bordo sentiero ad aspettare temperature più consone, indicativamente verso novembre.

Anche questo è il bello delle gare organizzate da volontari, senza velleità di diventare il centro dell’universo trail: magari non hanno droni cinematografici, lounge VIP e parole inglesi dappertutto, ma spesso hanno una qualità che vale molto di più, cioè persone capaci di capire cosa serve davvero agli atleti. E Franco, domenica, lo ha dimostrato.

Un’altra cosa mi ha colpito parecchio: davanti a me continuavano a comparire atleti della mia età e anche più vecchi, molti del Manoppello Sogeda. Una circostanza che ho trovato molto motivante e anche simpaticamente offensiva. Personalmente mi stimola molto più avere davanti un sessantenne che cento ventenni, perché al giovane puoi sempre concedere l’attenuante dell’età…quando ti passa uno più vecchio di te, invece, “il catalogo delle scuse si restringe parecchio“.

Per fortuna avevo portato con me tutta la famiglia, perché mentre io ero ancora impegnato a negoziare con i miei quadricipiti, mia moglie e una delle mie figlie hanno provveduto alla consegna dei premi IUTA direttamente sulla linea del traguardo. Anche questa è efficienza: IUTA era presente, i premi sono arrivati puntuali e nessuno ha dovuto aspettare il consigliere nazionale disperso sulla Maiella. Se fosse dipeso da me, probabilmente li avremmo spediti ai vincitori con il corriere…

Torno quindi dall’Abruzzo con una sensazione molto chiara: il trail più interessante non è necessariamente quello con il logo più famoso o la quota d’iscrizione più alta. A volte basta una montagna vera, un percorso duro, volontari competenti e un organizzatore che sappia ancora guardare negli occhi chi corre. Il resto, spesso, è soltanto scenografia spicciola.

Classifica ufficiale

John Benamati

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