Valdambra Trail: qui non si corre soltanto. Qui si torna
Ci sono gare che si fanno una volta e poi si archiviano. Altre invece, senza chiedere permesso, si infilano nella memoria e iniziano a diventare qualcosa di diverso. Per me il Valdambra Trail ormai è questo: cinque edizioni vissute, un rapporto costruito con le persone, con il territorio, con i suoi sentieri, con quella strana miscela di fatica e familiarità che a un certo punto smette di essere semplicemente “una gara”.
Quest’anno ho corso di nuovo e per la quinta volta la Goro Trail, la prova lunga di 110 km (D+ 4.700m), Campionato Italiano IUTA 2026 di UT Lungo. Accanto a lei, il Disertore Trail di 64 km (D+ 2.800m) e la Fattoressa Trail da 45 km (D+ 2.100m), tre distanze sopra la maratona che fanno ormai del Valdambra uno dei punti fermi del 15° Grand Prix IUTA 2026 di UT (valdambratrail.com)

La gara quest’anno è cambiata, e secondo me è cambiata bene. Il nuovo tracciato è più difficile, più impegnativo, meno “accomodante”, ma anche molto più esaltante. Si passa dentro una Valdambra che non ha bisogno di essere truccata: vigne, oliveti, borghi, castelli, sentieri, boschi, salite che sembrano finite e invece hanno ancora qualcosa da dire. È un territorio che sa essere gentile e bastardo nello spazio di pochi chilometri, e forse proprio per questo resta impresso. Il fascino del percorso sta anche lì, nell’alternanza continua tra paesaggio, storia e fatica vera. (iutaitalia.it)

Per me è stata anche una gara riuscita sul piano personale: 16° assoluto e primo veterano. Ma il risultato alla fine conta meno di quello che è successo sul traguardo. Sono arrivato in lacrime, abbracciando mia moglie e ringraziando tutte le mie figlie per sopportare le mie “stranezze” quotidiane. E non era una posa da social: quando corri tante volte nello stesso posto, conosci chi organizza, chi presidia un ristoro, chi ti saluta per nome, chi ti aspetta in piazza, per strada…smetti di attraversare un territorio e inizi un po’ ad appartenergli. La passione, almeno per come la intendo io, è anche questo: immedesimarsi nelle persone, nei luoghi, nelle storie. Altrimenti resta soltanto una distanza da spuntare sul calendario, anonima e senza storia…
Valdambra è anche una delle gare che rappresentano meglio quello che dovrebbe essere, secondo me, il Grand Prix IUTA di UT. Non un raccoglitore di risultati, ma una comunità. E una comunità esiste solo se qualcuno si prende la briga di esserci davvero.

La premiazione, per esempio, è quasi una seconda ultra. I primi due overall del Campionato Italiano, Valentina Michielli e Leonardo Borgi, li ho premiati ufficialmente in piazza. Due nomi forti della nostra IUTA, ma soprattutto due atleti che rappresentano bene quello che mi piace vedere nel nostro ambiente: forti davvero, ma senza bisogno di recitare la parte dei fenomeni. Umiltà e prestazione possono convivere benissimo, anzi, spesso è proprio quando convivono che diventano interessanti.
Per gli altri premiati la filosofia è stata la solita: aspettarli, intercettarli al traguardo, oppure scovarli il giorno dopo per le vie di Badia Agnano. Non elegantissimo dal punto di vista protocollare, forse, ma molto più umano. A tutti sono stati dedicati l’annuncio ufficiale dello speaker, la consegna e il giusto riconoscimento. Perché se chiediamo agli atleti di entrare nel Grand Prix, poi dobbiamo anche farli sentire parte di qualcosa. Altrimenti restiamo burocrati da ufficio a Milano con un foglio Excel aperto davanti.

Fra i premiati ci siamo finiti anche io, Ivano Saletti ed Enrico Perboni. Personalmente aspetto con grande entusiasmo il giorno in cui non ci sarò più, perché significherà che nel circuito saranno arrivati atleti più forti e che il livello sarà cresciuto davvero. È quello che deve succedere. Un Grand Prix serio non deve difendere chi già c’è, deve costringerlo a migliorare!.
Certo, mettere in pratica questa filosofia dopo 110 km è leggermente più complicato. Le premiazioni diventano improvvisamente una disciplina di endurance parallela e il sottoscritto, mentre cercava i premiati, deambulava con la dignità atletica di un anziano in fuga dall’ospizio. Però anche questo fa parte del gioco.
Il filo conduttore, alla fine, resta sempre lo stesso: flessibilità e adattamento. In gara, nell’organizzazione, nella gestione dei premi, nella costruzione del Grand Prix. Non tutto può essere previsto, non tutto deve essere irrigidito. Quello che conta è non perdere di vista le persone.
E poi c’è il futuro.

Nel Grand Prix IUTA 2026 di UT ci sono premi veri in palio, ma soprattutto nel 2027 il progetto crescerà ancora, con nuove formule e più possibilità per partecipare. L’obiettivo non è costruire un club chiuso per pochi, ma al contrario allargare la porta, rendere il circuito più interessante, più competitivo e più accessibile a chi vuole davvero farne parte.
Valdambra, da questo punto di vista, è già un piccolo manifesto. Una gara dura, autentica, ben organizzata e profondamente legata al suo territorio.
E quando arrivi dopo 110 km con le gambe distrutte, gli occhi lucidi e la sensazione di essere tornato in un posto che conosci, capisci che forse il senso dell’ultratrail è ancora tutto lì.
Il prossimo appuntamento è nella nostra terra, sul Monte Baldo e sopra il Lago di Garda: Panoramic Trail, 17 e 18 ottobre. LINK Dal Valdambra al Panoramic cambia il paesaggio, ma non la filosofia: territorio, persone, fatica vera e poca voglia di trasformare il trail in una vetrina.
J. BENAMATI
