MONTEFORTIANA: quando fermarsi è un gesto da atleta (e da uomo IUTA)

La Montefortiana non è solo una gara. È una di quelle giornate in cui il cronometro fa il suo mestiere, ma non si prende tutta la scena. Santo Pagano, nostro promoter IUTA, me l’ha descritta con una frase che vale più di mille comunicati: “una gran bella festa”. E quando lo dice Santo, non è marketing: è quella verità semplice che riconosci subito, come il profumo del caffè prima dell’alba.

Partenza, saluti, volti noti, strette di mano e battute al volo. Prima ancora di correre, Santo corre dentro la comunità. Ed è qui che capisci perché certi eventi lasciano il segno: non soltanto per i chilometri, ma per il modo in cui le persone si ritrovano, si riconoscono, si sostengono. È lo stesso spirito che in IUTA consideriamo sostanza: persone prima di tutto, territorio, passione, e quel senso di “esserci” che non si compra.

Poi si va. E la Montefortiana, come tutte le gare vere, sa essere generosa ma anche severa: saliscendi continui, discese che picchiano sui quadricipiti, tratti che chiedono attenzione e pazienza. Santo però arriva con un’onestà disarmante: da metà novembre ha fatto pochissimo. Settimane leggere, chilometri ridotti. Nessuna maschera. E questa è una forma di rispetto: verso la gara, verso chi legge, verso chi corre la stessa vita incastrata tra lavoro, famiglia e tempo rubato agli orari impossibili. La nostra community vive proprio di questo: atleti reali, non personaggi.

I primi chilometri scorrono “relativamente bene”. La testa c’è, la voglia anche. Poi arrivano i segnali: i quadricipiti iniziano a farsi sentire, soprattutto in discesa, perché non erano allenati a quel tipo di stress. Fin qui, normale. Il punto decisivo arriva più avanti: la fascia lombare, sopra l’osso sacro, si irrigidisce in modo netto, insistente. Non il classico fastidio da ignorare con la testa dura, ma una spia che si accende.

Al ristoro del km 21/22 Santo fa una scelta che, per me, è un manifesto di maturità sportiva: si ferma. Non perché “non ce la farebbe”, ma perché non capisce cosa stia succedendo e non vuole trasformare una giornata di sport in un problema serio. È umiltà, certo. Ma è anche intelligenza. Ed è un gesto che parla alla comunità: quando uno di noi prende decisioni sane, manda un messaggio pulito a chi lo guarda e protegge anche chi gli sta accanto, in gara e fuori.

C’è anche il momento psicologico che ogni runner conosce: al ristoro si rende conto che non era l’ultimo, che dietro sarebbe arrivata ancora tanta gente, che forse c’era margine sul cancello. Scatta quel tarlo: “forse potevo…”. Santo lo ammette, con la naturalezza di chi non recita. Poi arriva la saggezza, quella che spesso ha la voce di casa: sua moglie lo richiama alla prudenza. Meglio fermarsi. E lui ascolta. Si prende tempo, mangia, beve, si riporta a terra.

Il finale è da corridore vero: rientrando verso l’arrivo si concede simbolicamente l’ultimo tratto “di corsa”, non per cercare un risultato, ma per chiudere il cerchio emotivo della giornata. E aggiunge un dettaglio che racconta l’uomo prima dell’atleta: vuole verificare di essere tolto dalla classifica finale. Per correttezza. Per rispetto della gara. Per rispetto degli altri.

Ed è qui che il valore diventa più grande del singolo episodio. Se un circuito come il Grand Prix Ultratrail IUTA Oxyburn vuole crescere forte e credibile, lo fa anche grazie a figure così: persone che portano cultura, non rumore. Promoter che non vendono fumo, ma mettono sul tavolo coerenza, trasparenza, e quel modo di stare dentro lo sport che rende un movimento più solido.

Come quella di Stefano Marcello Burlon, promoter storico e insostituibile, anche lui sul campo, quello che dice tutto senza bisogno di frasi: presente, parte della squadra, e felicemente al traguardo.

La Montefortiana, vista da dentro, è stata festa, fatica, segnali ascoltati e una scelta matura. Santo oggi ci lascia un messaggio chiaro: nel trail, a volte, la cosa più forte non è finire a tutti i costi. È fermarsi un attimo prima del guaio, con la testa alta e la community nel cuore. E questo, in IUTA, non è un dettaglio: è identità.

Per chi ci segue e vuole vivere tutto questo da dentro: il Grand Prix Ultratrail IUTA Oxyburn LINK non è solo un elenco di gare, è un modo di stare nello sport. Seguitelo, veniteci dentro, e se vi riconoscete in questa idea di comunità concreta e semplice, il tesseramento IUTA LINK è la porta più naturale. Non per “fare numero”, ma per far parte del viaggio.

John Benamati

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