Sì, l’ho fatto.
Ieri ho corso la mia prima ultramaratona su asfalto. E non una qualunque, ma la Asolo 100k, quella che si autodefinisce “una delle più dure d’Europa”. Che poi… per una volta, lo slogan non mente.

Perché è dura?
Beh, partire alle 12 spaccate dal centro di Asolo (un’ora studiata apposta per cuocerti lentamente come una melanzana alla parmigiana), affrontare un dislivello da trail travestito da strada, salire fin sul Monte Grappa, scendere, risalire, perdere le speranze, riprenderle e concludere 100 km con le cosce dure come legna da ardere. Capito il menù?
E perché ho scelto proprio questa?
Colpa di Sara. Sempre lei.
Un giorno, seduti in terrazza a casa mia, mentre parlavamo di UISP, IUTA, ovviamente di gare e altre invenzioni di menti bipolari, mi dice:
“Sai che secondo me la Asolo 100k la faresti bene?”
Sorriso. Silenzio. Destino compiuto.

Mia moglie, dal canto suo, ha immediatamente esultato.
Anni passati a immaginare il mio corpo in fondo a qualche burrone oppure in un anfratto nascosto del bosco ritrovato da un pastore tedesco dopo 3 primavere e due autunni…l’idea che finisca come un gatto stirato a lato strada, per lei, è decisamente più rassicurante:
“Almeno ti trovano subito”. Beata sincerità.
Sara aveva ovviamente ragione.
Per uno che odiava il bitume (e tutti i suoi surrogati, compresi i tapis roulant e le piadine rigide), concludere Asolo 100k 21° assoluto in 11 ore e 10 minuti è qualcosa di… inspiegabile. O forse è solo il karma. O la Coca-Cola.
Perché tutto si è allineato?
un dorsale ceduto da un atleta dei BergamoStars che ha dovuto rinunciare (ciao e grazie ancora, fratello invisibile), la pioggia benedetta delle prime ore, il sole che mi accoglie sulla cima del Grappa con un panorama che vale tutti i crampi del mondo.
E no, ammettiamolo, non è una gara solo da stradisti puri: la Asolo 100k è un ibrido. Un patchwork perfetto di sofferenza muscolare e bellezza storica. Si passa davanti ai monumenti ai caduti del Grappa, si riflette, si respira la memoria. E poi si corre, si suda, si maledice la salita… e si riparte. Per questo mi sono preso la libertà di inserirla nel blog IUTA trail.

In partenza, mi trovo con alcune persone importanti della mia vita podistica:
Gregorio, presidente IUTA, che mi consegna lo stemma delle 50 ultra concluse, Sara (ovviamente) e vari volti noti che mi guardano e con un sorriso dicono:
“Hey, ma ti sei buttato sulla strada anche tu allora?!”
Per questa gara torno minimalista:
Scarpe con drop zero, materiali ridotti all’osso (tanto i ristori erano fantastici), 3 basi vita da manuale, atmosfera quasi spirituale. Mi sento leggero. Almeno per i primi 40 km. Unico stop serio di qualche minuto in cima al Grappa per cambio calze da corte a lunghe salva polpacci con il massaggiatore ufficiale della gara che mi offre i suoi servigi cercando di ammaliarmi con la promessa di rimettermi a nuovo: “ma quanto ci vuole?” chiedo, “solo una ventina di minuti” risponde. Son 4 km in discesa come minimo, grazie ma mi tengo i chiodi infilati nelle gambe per questa volta…
Poi arrivano le crisi, ovviamente:
nausea (risolta con la santa combo forse non così salutare ma efficace patatine & Coca-Cola), ischiocrurali che urlano vendetta (automassaggiandomi in discesa a 5’/km sembravo un fachiro), fitte tipo coltellate renali negli ultimi 20 km, ma forse era solo l’ansia da traguardo.





Ogni ultramaratona è anche una riflessione sull’evoluzione umana:
Siamo passati da predatori instancabili che inseguivano le prede per ore a quarantenni con la crema all’arnica e il magnesio miracoloso, pronti a sfidare l’universo per poi lamentarsi del caldo in spiaggia o del condizionatore che non funziona.
E mentre il mondo si sdraia, io, come gli altri 300 e più iscritti ad Asolo, allora corro. Lo faccio con il mio RunForCornelia nel cuore, simbolo di una causa che non è più solo un progetto: è una missione, una filosofia, un modo di vivere la corsa e la vita. Ogni chilometro è anche per chi non può correre. Ogni passo racconta una storia che vale più della classifica e dei tempi finali: è un concreto avanzare creando qualcosa di buono, di utile, di necessario.
La staticità aliena l’essere umano, lo distoglie dall’agire…non fa per me e per quello in cui credo.
Un grazie immenso all’organizzazione e ai volontari, veri eroi silenziosi di questa impresa: presenti, sorridenti, sempre pronti a dare una mano, un bicchiere d’acqua o una spinta morale con qualche battuta rigorosamente in dialetto veneto.
Se il capo area trail IUTA si è ridotto a fare gare su asfalto, allora è davvero tempo che anche gli ultra maratoneti “da strada” vengano a farsi un po’ di trail. Il calendario è ricco, noi e tutti gli organizzatori del Grand Prix IUTA Oxyburn promettiamo secchiate d’acqua, salite ripide e panorami che lasciano senza fiato. Ne avete per tutti i gusti, questo è garantito.
L’asfalto però no, di quello ne troverete pochino, ma sono sicuro che anche voi saprete adattarvi!
John Benamati