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News del :18-7-2020, 12:00 Scritta da: Stefano.64
Tecniche di resistenza interiore. Sopravvivere alle crisi con resilienza, di Pietro Trabucchi
TRABUCCHI P., Tecniche di resistenza interiore. Sopravvivere alle crisi con resilienza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2016, 131 pagg., 13 euro.
In questo libro lo psicologo Pietro Trabucchi, oltre a presentare un’interessante ricostruzione sulle principali conquiste cognitive dell'essere umano nell'arco della sua lunga evoluzione, c’insegna a decifrare i segnali più chiari e allarmanti della nostra attuale “decadenza”, ma al contempo le tecniche per recuperare e allenare quello straordinario patrimonio di risorse psicologiche che oggi denominiamo “resilienza”.
Il testo di Trabucchi si compone di 6 capitoli: I La società degli zombie e la crisi globale. II Sazietà da benessere. III Privo di volontà e incapace di attenzione: ecco a voi l’Homo Consumens! IV L’epoca senza impegno. V L’erosione del reale: benvenuti al discount del narcisismo. VI Allenare la resilienza.
Prima ancora che economica, la crisi che ci attraversa, si sta rivelando interiore. Infatti, nella società contemporanea, contrassegnata dall’affievolirsi dei tradizionali vincoli di fiducia e di responsabilità, si registra un progressivo indebolimento delle forze mentali e motivazionali delle persone. Il dominio incontrastato della tecnologia ha tracciato l’unico orizzonte possibile di futuro. Allora essere sempre connessi con un altrove, "condividere" ogni esperienza per il timore di non percepirla come davvero reale, ci sta trasformando in persone disattente, distratte e dissociate. Se non sono utilizzate in maniera consapevole, le moderne tecnologie digitali riducono la capacità di restare concentrati pure per pochi istanti su di un obiettivo, minano le nostre fondamenta corporee e percettive. Sono numerosi i fattori educativi e culturali legati allo stile di vita, che determinano un suddetto scenario: crediamo che ogni minima difficoltà possa essere affrontata e superata per mezzo di pillole (cultura del farmaco) o aiuti esterni; ci sentiamo demotivati, quando la nostra volontà individuale è ostacolata, in quanto in antitesi con la propensione al consumo. Miti come “il talento” o le "capacità innate” - supportati dal ricorso a una genetica non di rado fraintesa - erodono la fiducia nelle capacità personali del soggetto. L’autore scrive che, ai nostri giorni il mondo è contrassegnato da un’instabilità permanente. La crisi attuale non ha più un carattere solo economico, né politico, né sociale, bensì è divenuta globale. Inoltre essa cessa d’essere un elemento transitorio, reversibile, e si rivela sempre maggiormente un dato permanente, con cui bisogna imparare a convivere. L’incertezza permanente è dovuta a diversi fattori: una competizione economica globale sempre più feroce, una diseguaglianza sociale sempre più accentuata, il cambiamento climatico generale, l’esaurirsi delle risorse della biosfera, l’inadeguatezza e l’impreparazione della leadership attuale nei confronti all’instabilità. Tale scenario, per essere affrontato, richiede agli individui di poter disporre di notevoli risorse interiori, prima ancora che di mezzi materiali. Il concetto di “resilienza” identifica perfettamente tale tipo di risorse. Il vocabolo resilienza è stato originariamente usato per indicare nella tecnologia dei materiali metallici, la resistenza a rottura dinamica ricavata con una prova d’urto. Allora resiliente, dal lat. resiliens, part. pres. di resilire = rimbalzare, è qualcuno o qualcosa dotato di resilienza, che resiste agli urti, alle difficoltà, senza spezzarsi. Purtroppo, all’interno della nostra società, si registra al contrario un progressivo indebolimento delle forze mentali e motivazionali degli individui. I fattori che, nella nostra cultura, tendono a indebolire le risorse psicologiche individuali sono fondamentalmente quattro, secondo il Trabucchi: la pressione per frammentare la volontà individuale al fine di avere buoni consumatori; l’insistenza nel proporre un’immagine dell’uomo come debole, fragile e incapace di affrontare difficoltà, in maniera tale da favorire la ricerca di appoggi esterni; l’erosione del rapporto con la realtà prodotto dalla cultura digitale; la svalutazione costante dell’impegno personale, quale mezzo per il raggiungimento degli obiettivi personali. La resilienza è il prodotto degli ultimi due milioni di anni di evoluzione umana. I nostri antenati Ominidi dovettero adattarsi all’ambiente in mutamento del Pleistocene. Le foreste lasciavano il posto alle savane, ambienti più inospitali per degli animali frugivori. Di conseguenza i nostri predecessori si dovettero adattare a una dieta carnivora, benché non possedessero nessuno gli adattamenti specialistici necessari, tipici degli animali carnivori. Senza tali adattamenti specialistici, l’unica maniera di predare divenne la “caccia persistente”. Essa aveva come obiettivo quello di provocare l’ipertermia nella preda, sottoponendola a un lunghissimo inseguimento. Questo presupponeva - oltre agli adattamenti anatomici e fisiologici scoperti dal fisiologo Dennis M. Bramble e dall’antropologo Daniel E. Lieberman (Nature, 2004) - lo sviluppo di qualità psicologiche peculiari: la capacità di dilazionare la gratificazione, nuovi livelli di concentrazione, capacità di resistere alle tentazioni e di distogliere l’attenzione dal dolore e dal disagio. Tali esigenze conducono a uno sviluppo ipertrofico delle aree prefrontali, che rappresentano il substrato fisico dei comportamenti motivati. Oggi – scrive ancora il Trabucchi - per poter aumentare la resilienza - è necessario eliminare i fattori che erodono la crescita: rendere meno passivizzante e più consapevole il rapporto con le tecnologie digitali; limitarne l’utilizzo, ossia prestare attenzione ai rischi mentali di stare sempre connessi altrove; non aggrapparci a illusioni come il multitasking (compiere più azioni in contemporanea). Bisogna radicarsi nel corpo, rientrare in contatto con la realtà. È necessario coltivare attenzione e consapevolezza. Le cosiddette abilità di mindfullness consistono nell’allenarsi a osservare i propri pensieri con distacco, senza reagire, mantenendo la consapevolezza c’essi fanno parte della realtà, ma non sono reali. Non tutto è perduto. Attingendo alla sua esperienza di preparatore mentale di campioni, come a quella di docente universitario e ricercatore, l’autore conclude richiamando la necessità di un cambio di prospettiva: non si può attendere che sia l’attività a motivarci, ma è necessario imparare a tener presente il senso della sfida con se stessi, la gratificazione di percepirsi capaci in tutte le cose che si fanno. Si pensi agli ultramaratoneti, i quali partecipano a prove massacranti, in condizioni di completo disagio, fatica, sofferenza. Ma inseguendo il piacere di sentirsi capaci, gli ultramaratoneti hanno insegnato al cervello a riempirsi da solo di dopamina. Questa attiva le aree prefontali, le quali aiutano gli individui a restare concentrati sull’obiettivo, a non percepire la sofferenza. Allora, questi, in un magico circolo vizioso, sentendosi bravi in tutto ciò, sono sempre maggiormente motivati ad allenare la resilienza.
FONTE: www.mondadoristore.it 

 

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