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Il percorso era segnato male?

Il percorso era segnato male?

Cartelli rimossi, balise strappate e percorsi manomessi: un problema sempre più diffuso nei trail, visto da atleta, organizzatore e responsabile nazionale IUTA.

Arrivare a un bivio dopo tanti chilometri non è mai un momento banale! Le gambe hanno già iniziato una trattativa sindacale col cervello, lo stomaco cerca di capire se quella barretta mangiata mezz’ora prima fosse una scelta alimentare o un esperimento scientifico, e tu hai bisogno di una sola cosa: un segnale, una fettuccia, una freccia, una balisa, un cartello, qualcosa che ti dica, con la semplicità ruvida del trail: “vai di là, somaro, la strada è quella!

Quando quel segnale non c’è, il bosco cambia faccia, il sentiero si divide, tu guardi a destra, poi a sinistra, provi a ragionare, ma dopo ore di gara la lucidità non è più quella del briefing tecnico. In quel momento non stai scegliendo soltanto una direzione: stai subendo le conseguenze di qualcosa che potrebbe essere successo prima del tuo passaggio. Una fettuccia tolta, un cartello spostato, una balisa strappata, magari da qualcuno che pensava di fare un dispetto all’organizzazione, oppure di “ripulire” il bosco, oppure semplicemente da qualcuno che non ha pensato alle conseguenze del proprio gesto.

Negli ultimi anni mi è capitato di vedere questo problema da punti di vista molto diversi. L’ho vissuto da atleta, l’ho subito da organizzatore, l’ho osservato da scopa di sicurezza e oggi lo raccolgo anche attraverso il mio ruolo di responsabile nazionale dell’area trail IUTA, ascoltando testimonianze di manifestazioni inserite nel Grand Prix. Prospettive diverse, certo, ma una conclusione comune: rimuovere o spostare la segnaletica di una gara non è una bravata, non è un gesto innocuo e non è nemmeno una semplice questione estetica; é un problema di sicurezza!

Alla Val d’Ambra, gara inserita nel circuito IUTA Grand Prix, l’ho vissuta da concorrente. Fu un episodio che, al netto della difficoltà del momento, oggi racconto anche con il sorriso, perché con Paolo e tutti i Valdambra friends siamo poi diventati super amici. In quella situazione alcuni segnali avevano creato difficoltà e a un certo punto mi sono ritrovato fuori rotta. Gli organizzatori, sapendo che ho sei figlie femmine, hanno però elaborato una teoria alternativa: secondo loro io non mi ero perso davvero, avevo semplicemente fatto apposta per non tornare a casa. Devo ammettere che, come ipotesi investigativa, aveva una sua solidità.

Battute a parte, quell’episodio mi ha fatto riflettere molto, perché da atleta, quando ti perdi in gara, la prima reazione è quasi sempre quella di pensare che il percorso fosse segnato male. A volte è vero, perché anche le organizzazioni possono sbagliare e nessuno dovrebbe sentirsi intoccabile. Il bosco non è un corridoio di supermercato: il vento muove, la pioggia cancella, gli animali passano, i sentieri cambiano, gli incroci ingannano e anche chi organizza può valutare male un punto critico. Però esiste un’altra possibilità, molto più subdola: il percorso era stato segnato correttamente e qualcuno, dopo, lo ha alterato. E questa differenza è enorme, perché in un caso parliamo di errore organizzativo, nell’altro di manomissione.

Poi è successo anche a noi, al Panoramic Trail di Malcesine nel 2025. E quando succede nella tua gara, sulla tua montagna, sui tuoi sentieri, dopo mesi di lavoro, la sensazione cambia completamente, non è più soltanto fastidio: è frustrazione, è rabbia trattenuta, la consapevolezza del lavoro invisibile di molte persone può essere vanificato da un gesto stupido, superficiale o intenzionale. Chi corre vede il giorno della gara, l’arco partenza, il pettorale, il ristoro, la classifica, magari la foto finale e il terzo tempo. Tutto giusto, ma dietro una gara c’è un mondo che spesso resta nascosto.

C’è chi studia il percorso, chi chiede autorizzazioni, chi parla con enti, proprietari, amministrazioni, associazioni e volontari. C’è chi fa sopralluoghi, chi controlla gli incroci, chi prepara cartelli, chi taglia fettucce, chi carica materiale in auto, chi sale e scende dai sentieri, chi verifica il tracciato prima della partenza e chi poi, quando tutto è finito e molti sono già sotto la doccia o davanti a una birra, deve tornare sul percorso per togliere tutto. Una fettuccia, quindi, non è un pezzo di plastica appeso a caso, è il risultato finale di un lavoro, è un’indicazione, è una promessa, è un pezzetto di fiducia appeso a un ramo.

Ho visto il problema anche da un’altra posizione, quella della scopa di sicurezza, all’Asics Malcesine Baldo Trail. La scopa è una figura spesso sottovalutata, perché molti la immaginano semplicemente come “quello che chiude la gara”. In realtà è molto di più: è l’occhio mobile sul fondo del gruppo, è chi incontra gli ultimi atleti, spesso i più stanchi, i più soli e i meno lucidi, è chi vede se un segnale manca, è chi capisce se qualcuno è in difficoltà e deve comunicare con l’organizzazione. Se qualcosa non torna, la scopa si trova spesso nel punto peggiore, cioè dietro la gara, quando il margine di correzione è più piccolo.

Quando un atleta di testa sbaglia strada, spesso se ne accorge subito, ha energie per rientrare e magari riesce a limitare il danno. Quando invece sbaglia un atleta nelle retrovie, dopo molte ore, magari con il buio vicino o con il meteo che cambia, la situazione può diventare molto più delicata. A quel punto non è più soltanto un problema sportivo: bisogna capire dove sia finito, cercarlo, attivare gli aiuti. E possono essere una scopa, un volontario, un addetto alla sicurezza o un soccorritore; ecco perché togliere un cartello o una fettuccia non mette a rischio soltanto chi corre, ma anche chi lavora, paradossalmente spesso gratis, perché quella gara possa svolgersi in sicurezza.

Nel mio ruolo IUTA ho poi raccolto testimonianze anche da altri organizzatori, e tra queste c’è quella della prima edizione della Perugia Eco Marathon, manifestazione inserita nel circuito IUTA Grand Prix come la Val d’Ambra, gli organizzatori mi hanno confermato che sono state tolte balise e cartelli, e mi hanno raccontato anche di essere stati accusati di “inquinare” l’ambiente naturale. Questo passaggio merita attenzione, perché tocca un tema delicato e spesso affrontato con troppa superficialità: il rapporto tra trail, organizzazione e rispetto dell’ambiente.

Gli organizzatori della Perugia Eco Marathon mi hanno spiegato di aver prestato attenzione ai materiali, utilizzando soluzioni adatte e riciclate, e soprattutto sapevano bene una cosa che ogni organizzatore serio conosce: il compito non è soltanto mettere le balise, ma metterle, controllarle e poi toglierle, nel pieno rispetto del territorio. Noi, prima ancora di essere organizzatori, siamo persone che quei sentieri li vivono. Siamo i primi a voler preservare l’ambiente naturale, non perché sia una frase elegante da infilare in un comunicato, ma perché senza boschi, sentieri, crinali, prati, pietraie, fango e radici il trail semplicemente non esisterebbe.

Una balisa temporanea non è un rifiuto abbandonato, un cartello di gara non è una ferita nel bosco, una fettuccia posata correttamente, controllata e rimossa dopo l’evento non è inquinamento, ma sicurezza, orientamento, prevenzione e responsabilità. Naturalmente, se un’organizzazione lascia materiale sul percorso dopo la gara, sbaglia e deve assumersene la responsabilità, ma se qualcuno rimuove la segnaletica durante l’evento, magari pensando di “ripulire” il bosco, sta facendo l’opposto di ciò che crede: non sta proteggendo la natura, sta mettendo a rischio le persone dentro la natura.

Difendere l’ambiente non significa sabotare la sicurezza! Per dirla in modo ancora più semplice, se per proteggere un sentiero mandi fuori strada un atleta, forse il problema non è la fettuccia… al Panoramic Trail questo tema lo sentiamo in modo particolare, perché il nostro percorso vive, come probabilmente molti altri, dentro un equilibrio delicato: Lago di Garda, Monte Baldo, sentieri, boschi, prati, turismo, comunità locale, zone sensibili, autorizzazioni e responsabilità. In questo equilibrio rientra tutto ciò che vive quel territorio, comprese le zecche, che non saranno gradite come una bella volontaria al ristoro, ma fanno parte anche loro di quell’ambiente che dobbiamo conoscere e rispettare. Organizzare qui non significa disegnare una bella traccia su una mappa e dire “dai, facciamoli correre”. Significa assumersi una responsabilità verso il territorio, verso chi lo abita, verso chi lo attraversa e verso chi partecipa alla gara.

Nel 2025, anche a causa della confusione legata alla nuova normativa e alle diverse interpretazioni applicative, siamo stati costretti a predisporre una VinCa completa. Per chi non lo sapesse VIncA (Acronimo): Sta per Valutazione di Incidenza Ambientale. È una procedura tecnico-amministrativa preventiva, introdotta dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE), volta a valutare gli effetti di piani o progetti sui siti della rete Natura 2000 per tutelarne l’integrità… non è un’allegoria della mia vita privata ma una procedura impegnativa, costosa e tecnicamente complessa. Col senno di poi, forse perfino sovradimensionata rispetto alla reale necessità, visto che oggi altri eventi sembrano riuscire a muoversi con percorsi autorizzativi più snelli. Ma non voglio trasformarla in una lamentela, perché quei soldi, alla fine, sono stati spesi bene.

Oggi il Panoramic Trail ha una relazione di impatto ambientale redatta da un ingegnere ambientale: un documento tecnico serio, approfondito, costruito sul nostro territorio, sui nostri sentieri e sul nostro modo di organizzare. Una relazione che probabilmente ci invidieranno anche su Marte…

Anche per questo sarebbe ora di smettere di usare la parola “dispetto” con troppa leggerezza. Rimuovere o spostare cartelli, frecce, balise o fettucce non è soltanto scorretto dal punto di vista sportivo: in certi casi può assumere anche una rilevanza molto più seria. Non serve trasformare il trail in un’aula di tribunale, ma se qualcuno danneggia materiale altrui, altera un percorso autorizzato o rimuove segnaletica destinata alla sicurezza delle persone, non sta facendo una ragazzata. Sta interferendo con un’organizzazione, con un sistema di sicurezza e con persone reali che si trovano su quel percorso. E se da quel gesto nasce un problema concreto, come un atleta fuori rotta, una caduta, una ricerca, un intervento di soccorso o una situazione di pericolo per volontari e scope, il discorso diventa ancora più pesante.

Il trail non deve diventare una guerra tra chi corre e chi cammina, tra organizzatori e residenti, tra atleti e ambientalisti, tra gare e territorio. Chi organizza bene non è padrone del territorio e non è invasore: dovrebbe esserne alleato. Un evento fatto seriamente porta persone, attenzione, cura dei sentieri, cultura sportiva, economia locale e valorizzazione, ma deve farlo con rispetto, autorizzazioni, pulizia finale e responsabilità.

Forse allora la vera domanda non è soltanto “chi ha tolto quella fettuccia?”, ma “che cultura del trail vogliamo costruire?”. Una cultura in cui ognuno si sente autorizzato a intervenire su un percorso senza sapere cosa sta facendo, oppure una cultura in cui atleti, organizzatori, volontari, residenti, escursionisti e istituzioni capiscono che la sicurezza viene prima dell’opinione personale? Non voglio un trail blindato, non voglio sentieri trasformati in corridoi di plastica, e non voglio gare che dimenticano la natura, ma non voglio nemmeno atleti mandati fuori strada perché qualcuno ha deciso che una balisa temporanea fosse un’offesa al paesaggio o ai propri vizi personali.

Il trail vive di equilibrio, e l’equilibrio è una cosa fragile. A volte sta appeso proprio lì, su un ramo, sotto forma di fettuccia.

Vi è mai capitato, durante una gara, di trovare fettucce mancanti, cartelli rimossi o segnali spostati? Da atleti, vi siete mai persi per una segnaletica manomessa? Da organizzatori, avete mai dovuto ribattere un percorso perché qualcuno aveva tolto o spostato balise e cartelli? Da volontari, scope o addetti alla sicurezza, vi siete mai trovati a gestire persone disorientate per colpa di indicazioni sparite?

Raccontateci la vostra esperienza e, soprattutto, proviamo a capire insieme quali soluzioni possono aiutare davvero: più controlli, più educazione, tracce GPX obbligatorie, presidi nei punti critici, segnalazioni rapide, materiali più riconoscibili, droni di sorveglianza, il pifferaio magico…

Perché nel trail la libertà è fondamentale, ma la libertà non è caos. E una fettuccia, a volte, non è plastica: è la linea sottile tra una gara vissuta bene e un problema che nessuno vorrebbe raccontare dopo.

John Benamati

08.05.2026 www.trailrunning.it

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