Dalla Quattro Colli Running alla Durona Trail
Due settimane tra strada, sentieri (un paio di zecche), crisi per raccontare l’ultra oltre le solite cronache di gara. Ci sono articoli che iniziano tutti allo stesso modo
“Si è svolta domenica la manifestazione…”, “grande successo di partecipazione…”, “splendida cornice naturale…”, “atleti entusiasti al traguardo…”.
Poi uno arriva in fondo e ha la sensazione di aver letto la stessa cronaca già ventisette volte, cambiando solo il nome del paese, il chilometraggio e magari la foto del podio. Nulla di male, per carità. Anche le cronache servono. Ma l’ultradistanza, se la si guarda davvero da dentro, è quasi sempre qualcosa di più storto, più vivo, più imperfetto e più interessante di un comunicato stampa ben pettinato.
Nelle ultime due settimane mi sono ritrovato, con quella naturale tendenza a complicarmi la vita, a correre (si fa per dire, in un caso a strisciare) due gare molto diverse tra loro: la Quattro Colli Running di Cesenatico e la Durona Trail di Crespadoro.
La prima, 84 km su strada, la seconda, una Marathon trail di 45 km e circa 2.500 metri di dislivello positivo.
Due mondi che a volte si osservano da lontano, con quella sottile diffidenza da parenti che si incontrano solo ai matrimoni. Lo stradista guarda il trail runner e pensa che sia uno che ha perso l’asfalto e non ha più saputo ritrovarlo. Il trail runner guarda lo stradista e pensa che correre per ore sul bitume sia una forma elegante di autolesionismo. In entrambi i casi i riferimenti religiosi sono presenti e anche inquietanti…
Poi, in mezzo, c’è la IUTA. Che letta di corsa sembra quasi un incoraggiamento: “IUTA ti aiuta”. Battuta facile, lo so, ma dopo certe gare anche le battute facili diventano integratori mentali.
In realtà IUTA significa Italian Ultramarathon and Trail Association, e forse il nostro compito è proprio questo: ricordare che prima delle etichette esiste l’ultradistanza. Strada, trail, pista, salita, discesa, caldo, fango, crisi, ristori, cancelli orari, traguardi belli e traguardi raggiunti con la faccia di chi ha appena firmato un armistizio con se stesso.
L’ultra non è una superficie. È un concetto. Una cultura.
Non a caso IUTA è nata per dare voce e struttura al mondo dell’ultramaratona e dell’ultratrail, in un rapporto storico di riconoscimento e collaborazione con FIDAL. E se si vuole promuovere davvero questo mondo, forse bisogna anche accettare di sporcarcisi dentro. Possibilmente con dignità. In alternativa, con un minimo di autoironia.
Oggi questo ragionamento per me ha anche un valore nuovo. Da poco sono entrato nella redazione di trailrunning.it, una testata di riferimento per chi vive il mondo del trail running in Italia. Non lo vedo come un semplice spazio dove pubblicare articoli o raccontare gare, ma come una responsabilità: provare a portare nel dibattito una voce laterale, quella di chi corre, organizza, rappresenta un’associazione, parla con atleti e volontari e, ogni tanto, si iscrive a gare per le quali forse avrebbe fatto meglio a prepararsi.
Trailrunning.it racconta il trail ogni giorno. Io, nel mio piccolo, vorrei aggiungere una prospettiva che non si fermi a classifica, prestazione o calendario. Mi interessa ciò che sta sotto: etica, inclusione, rispetto del territorio, organizzazione, fatica vera, errori, limiti, passione. Tutte quelle cose che spesso stanno dietro una gara e che raramente entrano nelle cronache tradizionali, forse perché non fanno abbastanza rumore.
E allora queste due gare, così diverse tra loro, diventano un piccolo laboratorio.
A Cesenatico, alla Quattro Colli Running, è andata persino meglio del previsto. Ottantaquattro chilometri su strada, 10 ore e 2 minuti, ottavo assoluto, quinto uomo e primo M50. Un risultato che, scritto così, sembra quasi serio. Infatti conviene ridimensionarlo subito, prima che qualcuno si faccia strane idee: ho solo trovato una giornata in cui l’asino aveva passo regolare e testa accesa.
La Quattro Colli è stata anche una conferma dal punto di vista istituzionale. Essere a Cesenatico, correre, partecipare alle premiazioni della Nove Colli, incontrare persone, creare contatti, rappresentare la IUTA in un contesto importante: tutto questo ha dato valore alla presenza, oltre al risultato sportivo.
A volte si pensa che il ruolo istituzionale sia fatto solo di riunioni, mail e regolamenti. In realtà, se vuoi promuovere davvero un movimento, devi anche esserci. Devi sporcarti le scarpe, o consumarti le suole. Devi parlare con gli atleti senza guardarli da una scrivania. Devi capire cosa succede dentro una gara, perché solo così puoi rispettarla davvero.
Poi è arrivata la Durona Trail.
E lì, diciamolo con innocente serenità, è stato un massacro.
La Durona non è una gara che ti prende da parte con gentilezza. È una gara vera, fisica, con una sua identità forte. Non una passeggiata con due salitelle decorative messe lì per scrivere “trail” sul volantino. Se non sei pronto, te lo dice presto.
Crisi di caldo, ipoglicemia, gambe svuotate quasi subito e quella sensazione meravigliosa da “asino sull’Annapurna”, che capisce di essere partito con intenzioni da stambecco ma con le energie di un panda in sciopero metabolico.
A un certo punto non stavo più correndo la gara. Stavo amministrando una trattativa sindacale con il mio ego. In sostanza cercavo solo di evitare l’umiliazione finale: sedermi su un sasso e attendere gli avvoltoi, che in Veneto magari non abbondano, ma quando sei in crisi li immagini comunque ben organizzati.
Eppure sono arrivato.
Non bene, non brillante, non elegante. Ma sono arrivato.
Ed è qui che, paradossalmente, il discorso diventa interessante. Perché chi promuove l’ultradistanza non deve per forza essere il migliore. Deve però rispettare chi la pratica, capirne la fatica, valorizzare chi va forte e non dimenticare mai chi arriva dietro, magari storto, vuoto, con la faccia di uno che ha appena discusso con la montagna e ha perso ai punti.
Alla Durona i campioni sono stati altri. Francesco Lorenzi, vincitore della Marathon in 4:32:43, Alberto Pieropan e Andrea Zanconato sul podio maschile; Martina Dal Bosco, Lucrezia Palma ed Eleonora Corazza tra le prime donne. Loro sono quelli che rendono una gara tecnicamente importante. Noi altri, più indietro, (nel mio caso molto più indietro..) siamo quelli che ricordano quanto sia larga la parolina “ultra”.
E forse è proprio questa la forza della IUTA: non chiudere il mondo dell’ultradistanza dentro compartimenti stagni.
La strada non è meno nobile del trail. Il trail non è più puro solo perché c’è il fango. La pista non è una gabbia per criceti evoluti. Sono strumenti diversi per misurare la stessa cosa: la capacità di andare oltre il comodo, oltre il previsto, oltre il punto in cui una persona normale direbbe “va bene, basta così”.
Poi vuoi mettere, nel mio caso c’è il dettaglio scientifico che unisce tutto: la zecca.
Ne ho presa una alla Quattro Colli, che teoricamente era su strada. Ma quando dopo chilometri e chilometri ti devi fermare per i tuoi bisogni, il confine tra asfalto ed erba diventa improvvisamente molto filosofico. Ne ho presa una anche alla Durona, dove almeno il parassita era nel suo ambiente naturale e poteva rivendicare coerenza territoriale.
A questo punto la conclusione è inevitabile: anche la zecca ha capito la missione IUTA. Non distingue tra strada e trail. Le interessa l’ultradistanza nel suo concetto più ampio. Si attacca con convinzione, attraversa le discipline e promuove la continuità del movimento con un metodo comunicativo forse discutibile, ma molto diretto.
Ci sono atleti che volano. Ci sono atleti che resistono. Ci sono organizzatori che costruiscono eventi con fatica enorme. Ci sono volontari che permettono alle gare di esistere. Ci sono associazioni che devono provare a tenere insieme tutto questo, evitando due rischi opposti: la burocrazia senz’anima e il marketing senz’anima.
E poi ci sono quelli come me, che magari corrono meglio su strada, ma continuano a cercare sentieri, crisi e salite perché in fondo certe risposte arrivano solo quando qualcosa si rompe e devi decidere se fermarti o andare avanti.
Del resto ormai mi riconoscono per la coda e i capelli lunghi. A 53 anni prendo atto che la calvizie, se doveva colpire, probabilmente ha sbagliato indirizzo. Il problema è che ormai la chioma è diventata parte dell’identità sportiva e istituzionale: se un giorno dovessi perderli, finirò per attaccarmeli con il silicone, pur di non disorientare gli atleti al briefing.
Forse è questa anche la direzione che vorrei dare alla mia presenza nella redazione di trailrunning.it: non limitarmi a raccontare gare, ma usare le gare per parlare di cultura sportiva. Non fermarmi alla superficie, ma provare a guardare sotto. Dove ci sono responsabilità, valori, errori, fatica, organizzazione, territorio, inclusione, atleti forti e atleti normali. Tutto insieme. Tutto dentro lo stesso movimento.
Perché l’ultra, alla fine, non è strada.
Non è trail.
Non è pista.
Non è solo classifica.
Non è nemmeno solo prestazione.
È una mentalità.
E se persino una zecca riesce a capirlo passando indifferentemente dall’asfalto della Quattro Colli ai sentieri della Durona…forse possiamo riuscirci anche noi.
27.05.2026 JOHN BENAMATI