Risultati 11° Monte Prealba Up & Down 2026
i sono gare che si corrono. E poi ci sono gare che si abitano.
Monte Prealba Up & Down di Bione, per come è pensata, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È un evento unico nel suo genere, perché le formule da 6, 12, 24, 36 e 48 ore non rappresentano un vincolo rigido, ma semplicemente il tempo massimo a disposizione per ripetere quante più volte possibile lo stesso anello. Sembra un dettaglio tecnico, invece cambia completamente il senso della sfida.
Qui non conta solo quanto vai forte. Conta cosa vuoi cercare.
C’è chi si iscrive alla 48 ore e magari compie meno giri di un atleta della 24. Non perché valga meno, ma perché sta affrontando la prova in un altro modo, con una diversa gestione delle energie, della testa, del sonno, dell’alimentazione, delle pause, dei propri obiettivi personali. Ognuno entra in gara con una propria strategia, un proprio dialogo interiore. Ed è proprio questo a rendere l’Up & Down così interessante: è una gara che ti lascia spazio. Spazio per competere, certo, ma anche per conoscerti.

Nel mio caso l’idea era semplice solo sulla carta e decisamente meno semplice nella pratica: girare come un criceto senza mai fermarmi, per capire fino a dove potessi spingermi in 24 ore prima di entrare nella ‘zona crepuscolare’. Una strategia da asino, probabilmente. Ma di quelle necessarie, quando senti che devi una risposta a te stesso e agli impegni futuri che ti aspettano.
Alla fine sono usciti 11 giri, 114,5 km (D+ 7.437 m) in 22h38′ minuti’. Poi il crollo. Letterale. Mi sono buttato, anzi mi hanno spinto, su una brandina, in uno stato di dissociazione quasi mistica, ma senza la parte elegante della mistica. E qui devo anche chiedere scusa a chi ha parlato con me in quei momenti, perché ricordo poco o nulla. Una specie di amnesia da fine ultra, simile a quando da giovane incontravi qualcuno il giorno dopo una serata troppo allegra e ti sentivi raccontare episodi del tuo comportamento che avresti preferito lasciare sepolti per sempre.
A confermare quanto fossi fuori fase c’è anche un altro dettaglio: avevo materiale sparso ovunque, altri concorrenti mi cercavano con pezzi del mio equipaggiamento in mano e qualcuno probabilmente mi osservava pure con un certo sospetto, come si guarda uno che potrebbe aver smarrito non solo i bastoncini ma anche il collegamento con la realtà.
Eppure, dentro questa fatica vera, c’è stato tutto ciò che rende l’ultratrail qualcosa di diverso da un semplice sport. C’è stato il clima umano che si respira solo in questi contesti: concorrenti che ti stimolano, che ti chiedono se hai bisogno di qualcosa, che ti accompagnano per un tratto, che condividono strada, parole, silenzi e stanchezza. Tra i momenti più belli porto con me proprio quelli vissuti insieme alla giovane e forte atleta Luisa Gasparini, perché quando il trail riesce a unire esperienza, energia e reciproco sostegno, allora torna alla sua essenza più autentica. E poi le battute scambiate con la sempre vigile e coerente Valentina Michielli o Tea Fogli, ma come fanno ad essere sempre così coerenti con la realtà?

Il tutto, peraltro, nel weekend della Festa della Donna, dettaglio che a un certo punto ha assunto anche un valore sportivamente educativo. Perché diciamolo: le donne hanno spesso una marcia in più e io questa verità me la ritrovo regolarmente spiegata in salita, senza bisogno di grandi teorie. Basta guardare le foto: io con la faccia da operaio del dislivello in crisi esistenziale e loro che salgono con una leggerezza che non solo ti superano, ma ti smontano anche l’ego pezzo dopo pezzo. Altro che motivazione interiore: in certi momenti il vero esercizio spirituale è farsi passare da un’atleta più brillante, più lucida e pure più elegante nel gesto, accettando con dignità che il tuo orgoglio maschile venga gentilmente parcheggiato a bordo sentiero. Anche questo, in fondo, è trail: un ambiente dove impari il rispetto, l’umiltà e il fatto incontrovertibile che, molto spesso, inseguire una donna in salita è l’unica strategia sensata.
E poi c’è il lato meravigliosamente assurdo dell’essere ultratrailer amatori: noi che giochiamo a fare i professionisti, avendo però tutti gli svantaggi di entrambe le categorie e nessuno dei vantaggi. Sei lì con la testa, che galleggia in una dimensione parallela, le gambe in sciopero e la vista che decide di non collaborare più, quando ti chiama tua moglie che nel frattempo è in giro a fare shopping con le figlie e ti chiede l’OTP della carta di credito. E tu, reduce da ore a girare come un criceto su per i sentieri, provi anche a fare il capofamiglia efficiente, ma sul telefono non riesci neppure a mettere a fuoco i numeri. In quel momento capisci che l’ultratrail amatoriale è uno sport completo: devi saper gestire il dislivello, l’alimentazione, il sonno, la fatica mentale e pure i servizi bancari da remoto in condizioni psicofisiche compatibili con l’apparizione della Madonna del Trail. Altro che atleta elité: noi siamo una categoria a parte, sospesa tra il sogno epico e la realtà domestica, con il GPS al polso e l’OTP che può decidere il destino della serata.
L’Up & Down merita quindi di essere valorizzata. Non solo per la formula originale, ma per la complessità organizzativa che comporta. Gestire un evento così non è da tutti, farlo in famiglia’ come riesce quella di Antonio Berardi è da premio Nobel. Coordinare partenze, tempi, passaggi, ristori, assistenze, permanenze lunghe e atleti impegnati su durate così diverse richiede visione, lucidità e una macchina organizzativa solida. A Bione tutto questo si percepisce, e credo sia giusto riconoscerlo con chiarezza.

Come IUTA cerchiamo di esserci proprio in eventi come questo, per dare voce agli atleti, alle gare, alle persone che tengono viva la cultura dell’ultra e del trail con passione autentica. Per questo il mio ringraziamento va anche ai promoter e agli atleti IUTA Silvana, Paolo, Santo che, per esempio, hanno aiutato nelle premiazioni e nella rappresentanza dell’associazione. Perché partecipare, premiare, restare presenti, cercare di ragionare e persino ricordarsi il proprio nome quando si è completamente cotti, non è sempre un esercizio semplice.
Il meteo, quasi a voler partecipare anche lui alla regia della giornata, ha disegnato due facce diverse della prova: fresco durante la notte, quasi caldo primaverile di giorno. Un’alternanza che ha aggiunto un altro piccolo strato di complessità a una gara che complessa lo è già di suo.
Per questo non serve qui l’elenco dei vincitori o la sfilata completa dei risultati. In una manifestazione così ricca di partecipazione, forse la cosa migliore è lasciare alle classifiche ufficiali LINK il loro compito e concentrarsi sul senso dell’esperienza. Perché l’Up & Down Bione non è solo una gara da misurare. È una gara da capire.
Ed è proprio in questo che sta il suo valore più grande: offrirti un tempo massimo, sì, ma soprattutto metterti davanti a una domanda personale.
Tu, oggi, cosa stai allenando davvero?
